Mathews: “Amo il football, ma una clavicola mi ha trasformato in tiratore”

Due ore circa prima di ogni partita di football, la squadra della Ole Miss University, a Oxford nel Mississippi, attraversa per andare in campo un cammino di mattoni completato da un arco, la cosiddetta Walk of Champions. L’arco riporta i nomi dei membri della squadra che vinse il titolo nel 1962 finendo la stagione senza sconfitte. Tra i nomi c’è quello di Frank Kimbrell, un uomo della linea offensiva che è anche il nonno materno di Garrison Mathews.

“Ho sempre amato il football americano – dice Mathews -. Era il mio sport preferito da ragazzo. Mio ​​nonno ha avuto grande influenza su di me. Andavo con lui a vedere le partite e ha lasciato su di me un grande effetto. Lui è una leggenda”, dice. Infatti, Mathews ha sempre guardato a sé stesso come ad un potenziale giocatore di football. “Era il mio sport di punta al liceo, a Franklin, nel Tennessee”, ricorda. Giocava wide receiver. Correva, riceveva palla, guadagnava yard. Per giocare in quel ruolo servono velocità, forza, fisicità. “Ero più interessato al football che al basket, ho giocato un po’ a livello AAU ma non in modo importante. Pensavo sempre al football crescendo e non mi consideravo neanche tanto bravo nel basket. Il momento della svolta è stato nei miei ultimi tre anni di college quando sono migliorato e tanto. Prima non ho mai prestato grande attenzione al basket”. Vero, ma non del tutto. “Mi sono rotto la clavicola durante il mio terzo anno al liceo giocando a football. L’infortunio ha chiuso prematuramente la mia stagione. Il mio allenatore, in seguito, mi ha detto che avevo ricevuto lo stesso un po’ interesse da parte di qualche college, ma a quel punto avevo già scelto di giocare a basket. Avevo ricevuto quattro o cinque proposte da college sia pur di basso livello. Ho deciso di prendere quella strada”, ricostruisce la sua storia Mathews.

Austin Peay State, UMass-Lowell e South Carolina Upstate offrirono a Mathews la chance di giocare a basket con una borsa di studio, ma lui scelse Lipscomb perché era a Nashville; quindi, sarebbe rimasto praticamente a casa e avrebbe giocato ai margini del centro di Nashville, nel quartiere di Green Hills in cui è situato il campus di Lipscomb, che conta circa 5.000 studenti. Lipscomb gioca nell’Atlantic Sun Conference da poco meno di trent’anni. In precedenza, faceva parte della NAIA, la lega dei piccoli college. Garrison Mathews è il quarto realizzatore di sempre nella scuola ma il primo da quando gioca in prima divisione.

“Giocare a Lipscomb – dice Mathews – è stato decisivo per la mia carriera. Oggi quel tipo di esperienza sarebbe impossibile a causa delle nuove regole, il NIL, i soldi che circolano, ma a quei tempi noi come gruppo siamo stati quattro anni insieme. Il salto di qualità che ho fatto tra il primo al secondo anno lo devo al grande lavoro di sviluppo che hanno attivato per me a Lipscomb”. Quando è arrivato al college Mathews era ancora un giocatore di football. Questa è stata la sua fortuna e il suo limite. “E’ uno sport fisico ed è a questo che attribuisco il mio spirito competitivo, la mia tenacia. Credo mi abbia anche aiutato a progredire nel basket. Ma a Lipscomb ho perso tutto il peso in eccesso che mi portavo dietro dal football e mi sono concentrato solo sul basket”.

Garrison Mathews ai tempi di Lipscomb

Mathews è esploso tra il primo e il secondo anno di college. Poi nel terzo anno Lipscomb ha vinto il titolo di conference e per la prima volta ha giocato nel Torneo NCAA (impresa eguagliata nel 2025). Nel tabellone incontrò North Carolina al primo turno. Una piccola scuola contro una superpotenza. “È stata un’esperienza fantastica. Era la prima volta in assoluto che Lipscomb giocava il Torneo NCAA. Ma avevamo uno staff eccezionale, Casey Alexander era un grande allenatore. E avevamo un gruppo di ragazzi straordinari. Penso che ci siamo laureati con circa 7.000 punti segnati in carriera. Quindi non ero solo io. Avevamo molti ragazzi di grande talento in quella squadra che hanno reso quei quattro anni eccezionali”. Rob Marberry ha giocato da professionista in Germania, ma gli altri starter non sono andati oltre quell’esperienza. Però Coach Casey Alexander è arrivato a guidare Kansas State, che invece è un livello molto più elevato.

La stagione successiva, Lipscomb ha giocato il NIT, il secondo dei tornei post-stagionali, raggiungendo la finale al Madison Square Garden di New York. Mathews segnò 44 punti contro North Carolina State nei quarti e 31 contro Wichita State in semifinale, prima di cedere contro Texas, un’altra superpotenza in finale. Ma a quel punto, Mathews era sul radar anche delle squadre NBA. “Non pensavo di avere alcuna chance di giocare nella NBA. Non avevo mai neppure pensato di giocare nella NBA fino al Torneo NIT. Poi, un agente mi ha contattato. Mi ha detto: “Perché non ci provi?”. E mi ha procurato un contratto “two-way”. Quindi, quella partita contro NC State è stata quella che mi ha aperto gli occhi sulla possibilità di giocare da professionista dopo il college”, ricorda. Poi nella NBA ha giocato sette anni. Washington, Houston, Atlanta, infine Indiana. “Nella NBA, ho avuto alti e bassi, come succede ad ogni giocatore di complemento. È sempre dura, fa parte del business, funziona così. Ci sono sere in cui giochi e sere in cui non giochi. Quindi, quando ti si presenta un’opportunità, devi coglierla al volo. E fortunatamente, nei miei primi due anni a Washington, sono riuscito a farlo. E questo mi ha aiutato a continuare a ottenere nuove opportunità e a giocare nella NBA per sette anni”.

Mathews con il numero 24 di Washington nella NBA

L’ha fatto anche grazie alla reputazione di grande tiratore che si è costruito. Un anno ha finito addirittura al quarto posto assoluto nella classifica del tiro da tre. “Ma non credo di essere un tiratore nato. Magari avevo qualche abilità naturale, ma penso che all’inizio della mia carriera al college tirassi con il 32, 33, 34% da tre. Poi, alla fine del mio ultimo anno, ho raggiunto il 40%. Quindi, penso che dipenda da quanta fiducia hai in te stesso e dal lavoro che svolgi, infine dalle persone intorno a te che ti sostengono. Ecco, penso che questo abbia influito molto”. Ma fare il tiratore nella NBA non è come farlo in Europa con i campi più stretti, uno stile diverso, difese assatanate. “È tutto molto diverso qui. A volte può essere frustrante perché non è lo stesso tipo di gioco a cui sono abituato e quindi mi devo adattare. È difficile, le partite sono tutte importanti e le difese sono sempre preparate. Non c’è molto spazio, l’area è congestionata e quindi sto cercando di imparare a giocare senza palla, e non che avessi la palla molto in NBA, ma si capisce cosa intendo. Le spaziature sono completamente diverse e ci vorrà del tempo per adattarmi. Spero di riuscirci presto”.

“In Europa ci sono meno spazi, mi devo adattare”

Fonte: Ufficio Stampa Olimpia Milano

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